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La vela olimpica tra le nuvole… alcune riflessioni sulle scelte di World Sailing

Los Angeles- “Prima che qualcuno voglia cambiare il mio lavoro, mi assicuro che costui conosca il mio lavoro”. Osservando le ultime decisioni di World Sailing a proposito della vela olimpica viene spesso in mente la battuta pronunciata da George Clooney nel fortunato film “Tra le Nuvole“. Beh, in effetti Hollywood non è poi così lontana da Belmont Shore e Los Angeles Port a San Pedro, le due sedi logistiche (Olympic Venue) in cui si disputerà la Regata Olimpica del 2028. E il Cinema è fratello maggiore di quella televisione, il broadcast, che ormai da diverse edizioni determina, regola e modifica i Giochi Olimpici.

George Clooney in Tra le Nuvole

Ma fino a che punto può la televisione, per le sue esigenze di audience, cambiare lo sport velico senza che questo sia profondamente modificato, sin quasi a perdere la sua essenza genetica? Per Los Angeles 2028, è di ieri l’annuncio che per la prima volta la Regata Olimpica sarà disputata in due sedi diverse, distanti circa 10 miglia l’una dall’altra, e in due momenti separati: dal 16 al 20 luglio a Belmont per le discipline board (iQFoil e Formula Kite) e dal 23 al 28 luglio a San Pedro Los Angeles Port per le derive (ILCA 7, ILCA 6, 49er, FX, Nacra 17 e 470 Mixed).

Non si avrà, quindi, la contemporaneità di date e sede nella sede Olimpica. La ragione risiede anche nella competizione tra le municipalità locali (San Pedro contrapposta a Belmont). Tra le conseguenze anche la definitiva ammissione del diverso DNA di quelle discipline board che World Sailing ha molto spinto negli ultimi due quadrienni, senza avere però un vero ritorno in termini di diffusione. Se i foiling windsurf iQFoil, infatti fanno registrare ottimi numeri sia a livello giovanile sia assoluto, i Formula Kite languono, soprattutto a livello femminile.

Lorenzo Brando Chiavarini in ILCA 7 nella regata di prova a Marsiglia 2024. Foto Sailing Energy

 

Tita-Banti a Marsiglia 2024, dove hanno vinto il loro secondo Oro olimpico consecutivo. Foto Sailing Energy

Ma torniamo alla frase iniziale. Cos’è che ha reso grande la vela olimpica? Quale ne è l’essenza? Perché i vincitori di una medaglia olimpica potevano davvero essere considerati i migliori, tanto da essere poi scelti per ruoli decisivi nell’America’s Cup, fondare aziende nautiche o diventare skipper in equipaggi vincenti negli oceani di tutto il mondo? La risposta è proprio nella complessità dello sport velico, di cui l’Olimpiade rappresentava l’Everest a livello personale. Quella capacità di leggere il mare e di interpretarne le infinite variabili. Prendere decisioni istantanee sulla base proprio di quelle variabili che si modificano continuamente. Avere un metodo fatto di allenamenti, cura e sviluppo del materiale, preparazione del fisico e della mente. Allenare ogni singolo gesto, fino a guadagnare un’onda meglio di chi è restato uno scalino indietro nella piramide. E quell’onda comporta un metro, in più o in meno, che ti fa incrociare davanti/dietro o gestire al meglio quel salto di vento che hai intuito. Agire senza pensare, perché ogni singolo momento dello sport in senso ampio, e della regata in ambito particolare, è stato scomposto. Allenato. Studiato. Migliorato.

E poi la condivisione. Il fatto che la vela sia soprattutto una disciplina di partecipazione, da fare più che da vedere. Gli unici due eventi con un pubblico riconosciuto, l’America’s Cup e il Vendee Globe, lo sono rispettivamente per l’unicità e la tradizione (che la gestione attuale rischia però di smarrire) della Coppa e il senso di sfida suprema umana del Giro del mondo in solitario. Per il resto i tentativi di rendere televisiva la vela sono spesso falliti a causa di un’errata concezione di cosa appassioni davvero il pubblico. La vela televisiva di Marsiglia 2024 è stata un flop. Mal ripresa e troppo centrata su quell’effimera velocità che allontana lo sforzo umano. L’atleta che sputa sangue rincorrendo un obiettivo, che premia solo uno, il migliore tra tutti, il campione olimpico. Lui è il protagonista. Non a caso a Rio 2016 le regate di Laser e Finn, con soggettive da bordo sulle timoniere e i timonieri impegnati nei loro duelli ravvicinati ottennero l’audience migliore.
L’immedesimazione nel campione, con cui un paio di volte nella carriera velica si può condividere una linea di partenza o una birra al bar del porto, è fondamentale. La si racconta ai figli o ai nipotini.

Già, parlar di nipotini comporta la figura di zii e nonni. L’invecchiamento della generazione velica “Facebook” non è seguito da numeri analoghi in quella “Instagram”. La velocità piace ai giovani. Il CIO ha puntato sugli urban sport per superare la crisi di praticanti e audience. World Sailing, terrorizzata dalla perdita dello status olimpico, gli è corsa dietro. Gli sport difficilmente televisivizzabili, scusate l’orrendo neologismo, sono destinati a lasciare i Giochi. Ma se per difendere quello status si modifica a tal punto il codice genetico della vela, fino a trasformarla in qualcos’altro, ne vale davvero la pena?

Le sedi olimpiche di Belmont Shore (iQFoil e Formula Kite) e San Pedro Port of Los Angeles (ILCA, 49er, Nacra e 470) sono distanti tra loro circa 10 miglia. Si tratta della terza volta che Los Angeles ospita la Regata Olimpica. Nel 1932 si svolse nella Baia di LA. Nel 1984 fu ospitata da Long Beach

Prendiamo i giorni di regata. A LA28 saranno solo tre, seguiti dal giorno della finale. La finale stessa sarà, secondo i nuovi format, tra i primi quattro dopo una serie di eliminazioni successive. A Marsiglia 2024 furono cinque giorni di regate per le discipline tattiche e quattro per quelle veloci, seguiti dalla Medal Race finale. Mettiamoci un giorno di bonaccia o uno di troppo vento. Si rischia di assegnare un Oro olimpico su una qualificazione basata su poche prove, seguita da una brevissima regata finale, inevitabilmente legata alle condimeteo di quel momento particolare.
La vela ha sviluppato i suoi formati in decenni di sperimentazione. Si disputano un determinato numero di prove, si calcola uno o più scarti, proprio per diminuire i fattori casuali legati a singole condizioni e premiare chi meglio sa distribuire le proprie allenate capacità in tutto ciò che compone la nostra disciplina: strategia, tattica, assetto, velocità, gestione mentale.

Certo si dirà, i formati sono uguali per tutti e sono noti. Vero, ma in Inghilterra ancora si domandano come abbia fatto Emma Wilson a perdere un Oro negli iQFoil a Marsiglia, dopo aver dominato le prove di qualificazione (31 punti di vantaggio) ed essere crollata in un singolo salto di vento che le offuscò la vista della corretta LayLine. La nostra Marta Maggetti si trovò nel luogo giusto al momento giusto e a lei andò il merito. Oro per la cagliaritana, bronzo per la britannica.

Il reset mentale dei velisti olimpici sarà notevole. Sarà decisivo performare nel momento finale. Non esisteranno più medaglie vinte con un giorno d’anticipo (accadeva anche con le Medal Race) e imprese leggendarie alla Paul Elvstrom, Valentin Mankin, Jochen Schuemann o Ben Ainslie, solo per citare alcuni dei fuoriclasse storici della vela a Cinque Cerchi, non saranno più possibili.

Ben Ainslie subito dopo aver vinto il suo quarto Oro consecutivo in Finn a Weymouth, sede della vela olimpica per Londra 2012

La vela olimpica appare in mano a poche e potenti lobby di classe all’interno di World Sailing e a consulenti che poco conoscono i reali motivi per cui si regata. Ne abbiamo parlato in via informale anche con il DT della squadra olimpica FIV Michele Marchesini al recente Campionato Italiano Classi Olimpiche di Mondello. La sensazione è che la questione nuovi formati sia poco compresa e ancor meno digerita da chi frequenta le classi olimpiche. Che anni di lavoro e d’impegno non possano essere bruciati in una regata decisa da un singolo salto di vento o da cinque nodi d’aria in più o in meno. E per cosa poi? Far decidere un Podio a dei broadcaster che magari non riescono neanche a utilizzare al meglio le immagini potenzialmente coinvolgenti prodotte dai migliori atleti del pianeta? Staccare dalla virata decisiva o da un’ingresso in boa per un’inutile ripresa dall’alto o viceversa? Riprendere la vela costa, è disciplina complessa. Ma se si comprendesse che ad appassionare sono le sfide tra uomini e donne, non la mera velocità con i velisti sempre più nascosti da caschi, forse la vela non rischierebbe di perdere il suo status olimpico. E se per riuscirci deve disconoscere se stessa, beh… forse quella frase di George Clooney è il vero punto di cui discutere.

Cosa ne pensate?

 

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